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Lupo Canis lupus, una corretta coabitazione: comunicato stampa a cura del Coordinamento Lipu Veneto

Il lupo (Canis lupus) è un mammifero appartenente all’ordine dei Carnivori comprendente la famiglia dei Canidi. Di questa famiglia fanno parte anche altri mammiferi della nostra fauna, quali la volpe (Vulpes vulpes) e lo sciacallo dorato (Canis aureus).

La sottospecie C. lupus italicus (Altobello, 1921), che abita la penisola italiana, presenta caratteristiche differenti rispetto al lupo transalpino. Esso è caratterizzato da dimensioni inferiori rispetto al lupo euroasiatico, mantello grigio rossastro variabile a seconda della stagione, stria nera su dorso e zampe anteriori, “mascherina” facciale bianca estesa alla gola e coda lunga al tallone con punta nera.

Il comportamento è caratterizzato da una spiccata vita sociale. Il gruppo è organizzato in un nucleo familiare, costituito dalla coppia riproduttiva, dai giovani dell’anno e da individui “helpers”, ovvero giovani che hanno superato l’anno di vita, ma che restano nel gruppo per aiutare la coppia dominante a crescere i cuccioli. L’attività di caccia si svolge in maniera organizzata ed è sostenuta dalla coppia dominante, a volte aiutata dagli helpers. L’estensione del territorio di caccia varia in maniera inversamente proporzionale alla quantità di prede presente in esso. Il territorio è in ogni caso difeso dal branco contro invasioni di individui estranei. Marcature con fatte e urine, ma anche gli ululati, servono a delimitarne i confini. Nel peggiore dei casi, l’invasore può essere aggredito e ucciso dal branco.

Prede elettive del lupo sono gli ungulati (cervi, cinghiali, caprioli, daini); la dieta, tuttavia, è onnivora, non disdegnando piccoli mammiferi (lepri, conigli selvatici, roditori) e uccelli. Anche frutti selvatici rientrano nell’alimentazione di questo canide.

Generalmente i giovani, superato l’anno di vita, vanno in dispersione percorrendo in alcuni casi anche centinaia di chilometri alla ricerca di un territorio dove stabilirsi e di un partner con cui costituire una coppia e riprodursi. Per effettuare questi spostamenti, gli individui possono utilizzare corridoi ecologici costituiti, ad esempio, dal corso dei fiumi (vedi il caso dell’estate 2024, riferito alla lupa diventata confidente e recuperata nel medio corso della Piave). Anche le strade asfaltate costituiscono linee preferenziali di spostamento. Ciò è causa di un alto numero di incidenti fatali per impatto con i veicoli (c.d. “road killing”).

Fig. 1 – Predazione di lupo su nutria in area di pianura. Foto archivio Lipu Treviso.

La riproduzione avviene per accoppiamento della femmina e del maschio dominanti tra gennaio e febbraio. I cuccioli nascono a maggio in una tana ben riparata dai disturbi, solitamente una cavità naturale o una tana abbandonata da altri animali. Nel corso dell’estate i cuccioli vengono trasferiti in luoghi appartati e tranquilli, chiamati siti di rendez-vous. Qui i cuccioli sono accuditi da uno dei fratelli nati nell’anno precedente, mentre i genitori sono impegnati nelle battute di caccia.

Intorno ai 4 mesi di età i cuccioli cominciano a seguire il resto del branco anche durante le battute di caccia.

Le dimensioni di un branco variano nel corso dell’anno: tra maggio e giugno, quando avvengono i parti, il branco raggiunge la sua numerosità massima che poi, nei mesi seguenti, si riduce per un naturale processo di mortalità e per la dispersione, che spingerà buona parte dei giovani che hanno raggiunto la maturità sessuale ad abbandonare il branco alla ricerca di un nuovo territorio e di un partner con cui formare una nuova coppia.

Quando un territorio è interamente colonizzato il numero dei branchi rimane stabile.

Il lupo svolge un ruolo ecologico importante, in quanto è in grado di regolare numericamente le prede (ungulati) presenti nel suo territorio di caccia. Ciò impedisce agli ungulati di ridurre eccessivamente la produzione primaria (piante), facendo sì che l’habitat si mantenga in equilibrio.

Il ritorno del lupo nell’arco alpino e nel territorio del Veneto è stato favorito dalla tutela legale riconosciuta alla specie, dall’abbandono delle aree montane da parte dell’uomo, con conseguente avanzamento del bosco e dall’aumento numerico degli ungulati.

In particolare, nella nostra regione l’incontro avvenuto nel 2012 in Lessinia tra la lupa Giulietta, proveniente dalle Alpi occidentali, ed il maschio Slavc, di origine dinarica, ha dato vita ad un primo branco la cui discendenza formata ha poi colonizzato l’Altopiano di Asiago,  I Colli Euganei, il Massiccio del Monte Grappa, le Prealpi trevigiane, il Cansiglio, il Bellunese. L’espansione dell’areale è avvenuta fino a raggiungere aree naturalistiche nella gronda della Città Metropolitana di Venezia, quali l’Oasi di Vallevecchia (Caorle) l’entroterra Sandonatese, nonché l’area del Rodigino, il sito del Delta del Po, nel Trevigiano, aree collinari più prossime alla pianura, quali il Montello e le Grave di Ciano (Crocetta del Montello). 

L’arrivo del lupo in aree di pianura conferisce a questa specie l’importante ruolo di ristabilire condizioni di equilibrio ecosistemico. Infatti, è documentato che la nutria (Myocastor coipus), roditore alloctono invasivo, è entrata nella catena alimentare del lupo, che così può regolarne le popolazioni finora rimaste prive di un predatore naturale. Questo servizio ecosistemico, naturale e gratuito, è di notevole supporto agli operatori, ai portatori di interessi, ai consorzi e agli enti che si occupano di gestione idraulica e tutela del territorio. 

Una delle criticità che possono emergere è l’ibridazione degli individui di lupo (Canis lupus) geneticamente puri con cani domestici (C. lupus familiaris). Ciò comporta un indebolimento della specie e un conseguente pericolo per la sopravvivenza della stessa. È opportuno, in tal senso, che le autorità preposte riducano i casi di randagismo e di cani vaganti, fenomeno che interessa anche alcune aree collinari e rurali dei nostri territori.

Più complessa è la questione che emerge dal rapporto tra il ritorno del lupo nei suoi antichi areali e le attività umane, in particolare la pastorizia e l’allevamento. Il potenziale conflitto che ne scaturisce, si risolve quasi completamente attraverso l’adozione di misure di prevenzione e di dissuasione incruente, come dimostrato, ad esempio, con esperimenti condotti nel Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi o nel Massiccio del Monte Grappa. Si è, infatti, dimostrato come l’impiego di reti elettrificate, l’utilizzo di cani da guardiania e la presenza umana (pastori) riducano notevolmente il tasso di predazioni da parte dei lupi su armenti e greggi al pascolo. Inoltre, politiche di indennizzo per danni da predazione, – soprattutto con modalità non farraginose ed in tempi celeri,- subiti dagli allevatori che abbiano adottato le suddette misure, costituiscono un valido supporto fornito dalla Regione e dagli Enti gestori delle aree protette.

Un ulteriore sistema di difesa incruenta è costituito dall’adozione di sistemi di gestione proattiva attraverso l’apposizione di radiocollari su individui di lupo appositamente catturati, come è stato sperimentato da uno studio finanziato dalla Regione Veneto e condotto dall’Università di Sassari sul Massiccio del Monte Grappa (vedi il docufilm “Lupo Uno” di B. Boz e I. Mazzon, 2023).

Individui di lupo geneticamente ibridati con cani domestici sono più propensi alla predazione sugli animali domestici. Anche alcuni contesti in cui gli ungulati selvatici sono numericamente ridotti a causa di attività venatoria troppo intensa, fanno sì che la frequenza di predazioni sui domestici aumenti.

È bene qui ricordare l’importanza delle prove genetiche, ricavate dalle autorità competenti e da personale specializzato, indispensabili per determinare se l’autore di predazione sia effettivamente da ricondurre alla specie lupo, o se invece si tratti di cane domestico o altro carnivoro.

È fondamentale tenere a mente che il lupo è un animale selvatico, che per sua natura teme l’uomo e che per questo cerca di tenersene lontano. L’uomo deve, quindi, evitare comportamenti errati che inducano il lupo ad avvicinarsi troppo agli insediamenti umani e a diventare confidente. Un lupo che venga alimentato dall’uomo, anche indirettamente (si pensi, ad esempio, al caso di rifiuti organici non correttamente gestiti e lasciati nei pressi delle abitazioni), perde la sua naturale diffidenza e può diventare potenzialmente pericoloso per l’uomo stesso.

Anche basilari accortezze nella corretta gestione degli animali domestici e di affezione è importante per ridurre il conflitto.

La riduzione del conflitto tra uomo e lupo (e la fauna selvatica in generale) è alla base degli obiettivi di conservazione della specie prefissati dalle normative varate dall’Unione Europea (Direttiva Habitat, Convenzione di Berna) e recepite dall’Italia (Legge n. 157/1992 sulla tutela della fauna selvatica e la regolamentazione dell’attività venatoria). In tal senso, Lipu e le altre associazioni ambientaliste sono impegnate da tempo in campagne di sensibilizzazione e corretta informazione rivolte ai cittadini, attraverso incontri a tema tenuti da relatori qualificati.

Le recenti modifiche alla Convenzione di Berna, che hanno portato la Commissione europea a declassare la specie lupo da “strettamente protetta” a “protetta” (dicembre 2024), hanno dato il via alla possibilità per le singole regioni di abbattere una quota percentuale di lupi, calcolata sui dati ufficiali della consistenza numerica delle popolazioni presenti nei rispettivi territori, previo parere positivo dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA).

Lipu ritiene che questa misura non soddisfi le effettive esigenze di conservazione della specie, né costituisca un metodo sostenibile per contenere le predazioni di bestiame. Infatti, studi condotti negli Stati Uniti e in Svizzera e Svezia hanno dimostrato che l’abbattimento di alcuni individui di lupo porta alla disgregazione dei branchi, ad un maggior tasso di riproduzione dei lupi e all’aumento del numero di predazioni sugli animali domestici. 

La disgregazione dei branchi, dovuta all’abbattimento di esemplari  dominanti e di femmine riproduttrici, porta alla dispersione dei componenti, nel caso delle femmine, costoro sono maggiormente propense all’accoppiamento con cani inselvatichiti, fatto che sarebbe contemplato quando il branco è completo, sarebbe impossibile solo l’avvicinamento di un cane selvatico. Tracce di ibridazione nel Centro – Sud Italia sono riscontrabili su circa il 65% degli esemplari di Lupo italico, di qui l’importanza della mappatura genetica per comprendere la reale entità e grado del fenomeno su scala nazionale.

Di fondamentale importanza, inoltre, è il “numero sommerso” di individui di lupo vittime di bracconaggio (abbattimenti illegali con armi da fuoco, lacci, tagliole, bocconi avvelenati), di road killing e di cause legate alla frammentazione dell’habitat. Questi numeri, che devono essere assolutamente fatti emergere, non sono stati presi in considerazione nella scelta di declassamento della specie e nella conseguente determinazione delle quote percentuali di abbattimento.

La rimozione deve quindi restare l’ultima opzione, da utilizzare solo dopo aver adottato tutti i metodi preventivi a disposizione e, in ogni caso, va applicata solo ed esclusivamente nei confronti di singoli individui problematici od eccessivamente confidenti probabilmente frutto di un errato comportamento da parte dell’uomo:  erché un abbattimento indiscriminato anziché prevenire potenziali problemi di convivenza, rischia di crearli, amplificando delle condotte sinora marginali e gestibili.

Il coordinatore regionale Lipu
Dr. Gianpaolo Pamio

Venezia, 11 marzo 2026

Fig. 2 – Resti di nutria predata. Foto archivio Lipu Venezia.
Fig. 3 – Impronta di lupo. Foto archivio Lipu Venezia.
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Informazioni

Ambienti agricoli: dai nuovi dati Fbi -LIPU, 33% di uccelli in meno in 26 anni. “Ora Piano di ripristino anche per questo habitat”

I nuovi dati della LIPU per il Farmland Bird Index (Fbi) confermano il grave declino e impongono un forte impulso ai piani di ripristino della Nature Restoration Law anche in ambito agricolo.

Il drammatico calo di Torcicollo (-76%), Calandro (-73%) e Saltimpalo (-71%),  sempre più rari.
Lipu: “Agire subito per salvare la biodiversità. L’FBI relativo agli ambienti agricoli e l’FBIPM, praterie montane, sono indicatori chiave per monitorare lo stato di salute delle nostre campagne”

Meno 33% sul territorio nazionale, ma con punte di -50% nelle pianure alluvionali. Prosegue il drammatico calo degli uccelli selvatici che vivono e si riproducono negli ambienti agricoli italiani, un trend fortemente negativo certificato dall’ultimo monitoraggio condotto dalla Lipu nell’ambito del progetto del Farmland Bird Index, ossia l’indicatore che descrive l’andamento delle popolazioni degli uccelli delle aree agricole italiane, finanziato dal ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste nell’ambito della Rete nazionale della Pac.

Secondo i dati 2025, delle 28 specie tipiche degli agroecositemi, utilizzate per il calcolo dell’indicatore, il 71% presenta un declino significativo; in particolare il torcicollo, nell’arco di soli 26 anni ha perso oltre tre quarti della sua popolazione (-76%). 
Non da meno è il calo del calandro (-73%) e del saltimpalo (-71%), così come di altre specie tra cui l’allodola, l’averla piccola, la passera mattugia e la passera d’Italia (vedi scheda).
L’analisi conferma il declino più marcato degli uccelli selvatici nelle pianure (-50%), a dimostrazione di un ambiente che ha fortemente necessità di diffuse azioni di ripristino ambientale. 

I dati descrivono un ambiente agricolo dove le pressioni
 sia sulle specie più rare che su quelle un tempo comuni, così come la scomparsa degli elementi naturali, come siepi e filari, e l’utilizzo di pesticidi e fertilizzanti, non accennano a diminuire. L’intensificazione, con la conseguente banalizzazione del paesaggio, sta progressivamente colpendo anche nelle zone collinari e pedemontane dove, negli ultimi anni, gli indici risultano in discesa più rapida.

Il campanello di allarme che ci lancia la diminuzione di queste specie non può essere ignorato, poiché esse sono lo specchio del negativo stato di salute dell’intero ambiente che ha conseguenze dirette anche su di noi.

Insieme all’indice delle specie “agricole” (Fbi) la Lipu ha inoltre calcolato quello per le specie delle praterie montane (Fbipm), risultato anch’esso in calo, con punte negative per l’organetto (-69%), il beccafico (-68%), e lo zigolo giallo (-40%). Queste specie sono spesso vittime dell’abbandono colturale delle nostre aree montane che porta alla scomparsa dei prati-pascoli contornati da cespugli radi, loro habitat di elezione.

“Di fronte ai dati drammatici del nuovo Farmland bird index, che peraltro confermano il trend negativo in atto da molti anni – dichiara Roberta Righini, coordinatrice Fbi per la Lipu – il nuovo Regolamento europeo per il Ripristino della natura rappresenta un’importante opportunità per invertire la tendenza al declino degli uccelli degli ambienti agricoli: in particolare gli articoli 10 e 11 prevedono misure per migliorare la diversità degli impollinatori e la messa in campo di pratiche ‘agroecologiche’ per rafforzare la biodiversità degli ecosistemi agricoli. 
“Auspichiamo dunque che nel Piano nazionale in corso di elaborazione vi sia una particolare attenzione a questi articoli, nonché una loro piena attuazione negli anni a venire, pena un ulteriore e definitivo impoverimento dell’habitat e scomparsa della biodiversità che viene ospitata.

“Ma il ruolo dell’Fbi – prosegue Roberta Righini – riveste un ruolo chiave anche per Politica agricola comune, essendo l’indicatore fondamentale per misurare l’efficacia degli interventi previsti nel Piano Strategico Nazionale della Pac. Siamo ora, nel pieno dei negoziati per il rinnovo di questa politica post 2027  ed è dunque di primaria importanza, sia scientifica che culturale – conclude – che tutti gli indicatori ambientali, Fbi in testa, vengano mantenuti anche nella futura programmazione”.

I dati del Farmland bird index 2025 verranno ufficialmente presentati in un incontro online mercoledi 25 febbraio 2026, realizzato anch’esso grazie al progetto Farmland Bird Index. Censimento ornitologico 2025-2029.

La partecipazione al webinar è libera, previa registrazione, compilando il modulo al seguente link:
https://www.eventbrite.it/e/biglietti-farmland-bird-index-censimento-ornitologico-2025-2029-annualita-2025-1980623358783?aff=oddtdtcreator

FOTOGRAFIE delle specie uccelli più colpite dal declino (citare il nome autore in caso di pubblicazione):

https://drive.google.com/drive/folders/1UiO9j5QTYcEDu9IiUMFZDCz1TCiY7KLc?usp=sharing

LO STUDIO  Uccelli comuni delle zone agricole in Italia è scaricabile all’indirizzo www.reterurale.it/farmlandbirdindex

11 febbraio 2026
Ufficio Stampa LIPU-BirdLife Italia


SCHEDA

I numeri del Farmland bird index (Fbi) 2025

-33,5%
Il declino del valore dell’indicatore Fbi in 26 anni di monitoraggio  (2000-2025) 

-38%
Il declino del valore dell’indicatore Fbi nelle aree collinari

71%
delle 28 specie degli ambienti agricoli considerate nell’indicatore sono in declino

93.000
I minuti di ascolto sul campo (oltre 1,8 milioni tra il 2000 e il 2025)

140
Gli esperti/e sul campo (538 dal 2000 al 2025)

Le 10 specie di uccelli “agricole” più colpite dal declino (2000-2025) 

  • Torcicollo – 76%    
  • Calandro – 73%
  • Saltimpalo – 71%    
  • Averla piccola -65%    
  • Passera mattugia – 61%
  • Passera d’Italia – 60%
  • Verdone – 59%
  • Allodola – 54%
  • Cutrettola – 49%
  • Verzellino – 47%

-58%
l’Fbi in Europa nel periodo 1980-2024

-52%
L’Fbi nei Paesi dell’Unione europea nel periodo 1980-2024

Fonte dei dati: Rete nazionale della Pac & Lipu (2025). Uccelli comuni delle zone agricole in Italia. Aggiornamento degli andamenti di popolazione e del Farmland bird index per la Rete nazionale della Pac.